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di Giancarlo Martina

MALBORGHETTO – Con il recente restauro conservativo ed estetico dell’altare di Sant’Antonio, tutta la secolare Chiesa di San Gottardo, a Bagni di Lusnizza, ha ritrovato l’antico splendore. L’altare di Sant’Antonio fa parte, in effetti, di uno scrigno d’arte, quale è, appunto, considerato l’edificio per il culto che conserva al suo interno diversi manufatti lignei di scuola Barocco-Carinziana. La Chiesa fu consacrata dal vicario generale di Aquileia nel 1.450 e successivamente ristrutturata grazie al sostegno economico di Gabriele Canal di Malborghetto nel 1.660.

L’antica Chiesa a Bagni di Lusnizza.

“Fu proprio Canal – ricorda Diana Garlatti, la restauratice del laboratorio di Gemona “Restauri e Decorazioni” di Ermete Cargnelutti – anche committente dell’altare di Sant’Antonio, come testimonia l’scrizione latina nella sezione centrale della predella”.
Il restauro dell’altare di Sant’Antonio, sostenuto dalla sensibilità della Fondazione Friuli, ricordiamo era stato fortemente desiderato anche dal compianto parroco di Malborghetto-Valbruna, don Mario Gariup, che riuscì nell’intento di completare il restauro dell’altare centrale, nel 2017.
“La struttura dell’altare di Sant’Antonio – spiega la restauratrice – era stata sottoposta nel tempo a piccoli interventi di manutenzione, il più invasivo dei quali era stato la ridipintura, documentata alla fine del 1980 ed eseguita con polveri metalliche sospese in soluzioni adesive, causa di particolare interferenza estetica. Inoltre, nel 1985 erano state anche trafugate, le due teste di cherubini che ornavano le colonne. Il dipinto ‘La visione di Sant’Antonio a Camposanpietro’ presentava problemi di stabilità dovuti al precario tensionamento: la superfice pittorica risultava offuscata ed alterata e lo strato di vernice superficiale era discontinuo con una crepatura marcata, di particolare risalto la grande lacuna presente nella parte inferiore della tela”. Problematiche cui è stato rimediato.

L’altare di Sant’Antonio restaurato.


“Un intervento di restauro diventa, anche in questo caso – aggiunge Ermete Cargnelutti -, una opportunità non solo per l’analisi dello stato conservativo dell’opera, ma anche per documentare la tecnica artistica utilizzata”. Compongono l’altare di Sant’Antonio, infatti, 10 parti ben distinte, collegate fra loro dal montaggio finale: la predella, la cornice interna, il dipinto su tela, gli elementi laterali, le colonne a loro volta formate da tre pezzi, la trabeazione, la cornice aggettante ed il coronamento. L’essenza lignea utilizzata potrebbe essere il cirmolo, o pino cembro, mentre la doratura è stata eseguita a guazzo su bolo armeno rosso. “Inoltre – ricorda ancora Diana Garlatti -, il dipinto ‘L’eterno Padre’ è stato realizzato direttamente sulle tavole del coronamento, a cui successivamente sono state applicate la cornice e gli elementi decorativi dorati. Nel dipinto centrale, eseguito ad olio su tela ad armatura semplice, Sant’Antonio è rappresentato come un giovane frate con saio francescano mentre abbraccia, con infinita dolcezza, il Bambino ritto sul tavolo su cui poggiano anche alcuni libri. Il tavolo è coperto da una tovaglia rossa, ai suoi piedi siede un angioletto che trattiene tre gigli. In basso a destra, infine, è visibile un altro testo aperto. La scena, ambientata in un interno, si apre nella visione di un cielo affollato da corpose nuvole fra le quali appare la Vergine Maria circondata da angeli e cherubini”.

L’iscrizione che ricorda Gabriele Canal.

L’intervento di restauro, eseguito con la condivisione della Soprintendenza Abap di Udine, ha dunque posto rimedio alle alterazioni avvenute nei tempi, mentre le teste dei cherubini sono state realizzate dall’intagliatore Silvio Livia di Artegna con il supporto di documentazione fotografica antecedente al furto delle stesse.

Qui e sotto due particolari…

Dunque, nel 1668, il nobile Gabriele Canal commissionava la realizzazione dell’altare laterale destro della Chiesa di San Gottardo, per devozione a Sant’Antonio e a perenne ricordo della sua famiglia. “Lo sappiamo – spiega la restauratrice Angela Adami – grazie all’iscrizione dedicatoria dipinta, collocata al centro della predella, dove, nella parte sinistra dell’iscrizione, a ridosso dell’incurvatura della cornice, si evidenziano piccole lacune, che tuttavia non pregiudicano la lettura”. Esistono almeno due edizioni ufficiali dell’iscrizione, ma ad avviso della restauratrice, analizzando attentamente la scritta sembra possibile proprorne una ulteriore. Questa secondo Angela Adami: “Perillustris, ac nobilis dominus Gabriel a(d) Canal in affectum divi Antonij de Padua, et suae familiae memoriam , hanc aram construxit anno salutis dum afflicti spirent rursus sperent: MDCXVIII”. “L’illustrissimo e nobile signor Gabriele Canal, per affetto a Sant’Antonio da Padova e in memoria della sua famiglia, costruì questo altare nell’anno di grazia 1668, mentre afflitti respirano, invece sperino”.

… del cherubino restaurato.

Ma chi era Gabriele Canal o Kanal? “Di sicuro – dice ancora Angela Adami – un ‘dominus perillustris ac nobilis’ citato più volte in documenti e testi di natura eterogenea, un personaggio inserito profondamente nel tessuto sociale della Valcanale. Molti autori, occupandosi di un territorio così peculiare e della sua storia, nominano Gabriele Canal, riportando però il nome stesso, il ruolo sociale e l’origine del personaggio con alcune variazioni. Di fatto, Gabriele Canal fu uno dei proprietari dello splendido Palazzo Veneziano di Malborghetto, definito dallo studioso Raimondo Domenig, nel suo testo ‘Museo Etnografico Palazzo Veneziano Malborghetto’, la più prestigiosa costruzione dell’intera Valcanale: infatti, nell’aprile del 1651, Barbara Paul, unica figlia di W. Paul di Nagerschikh, donò al marito Gabriele Kanal il caseggiato di Malborghetto ereditato dal padre. L’iscrizione dedicatoria dunque, seppure nello spazio ristretto concesso da una cornice dorata, evoca suggestioni e richiami – prosegue la Adami – che si respirano tuttora nel Palazzo Veneziano e nella piccola chiesa di San Gottardo: la fama locale e il benessere economico di un nobile vissuto tra XVII e XVIII secolo, tradotto anche in munifiche elargizioni per il decoro e l’abbellimento degli edifici religiosi; la devozione e l’affetto per il Santo dei Miracoli, veneratissimo e invocato evidentemente non solo dai più deboli e bisognosi; il richiamo fermo, rivolto sia ai contemporaneri sia ai posteri, a non permettere che l’afflizione per le pene quotidiane calpesti la speranza”.

L’intervento, in definitiva, è stato curato dal restauratore Ermete Cargnelutti e dalla restauratrice Diana Garlatti, mentre la responsabilità del procedimento, per la Soprintendenza Abap di Udine, è stata affidata a Maria Concetta Di Micco coaudiuvata dalla restauratrice Morena Di Ronco. “La Chiesa di Bagni du Lusnizza – rimarca infine Diana Garlatti – è uno scrigno che racchiude contemporaneamente nobili e preziose testimonianze d’arte e di fede: ci trasmette l’eredità di un concreto e profondo senso di devozione che attraversa i secoli e giunge inalterato fino a noi”.

I tre altari prima del terremoto.

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In copertina, ecco il settore centrale della pala restaurata.

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